Lettera (mai)spedita

L., gennaio 2013

Ciao Francesco.

Spero che questa lettera ti arrivi prima che la primavera mi porti di nuovo in riva al nostro mare, visto il sistema postale tanto bistrattato. Perché una lettera e non un’e- mail ti chiederai. Ti rispondo subito: voglio perdermi in qualcosa che appartiene a un passato che non ho conosciuto; un tempo di lentezza che a volte sento mancare. Non ti scrivo ‘come stai’, ‘spero tu stia bene’ o altre forme classiche con cui si inizia, o meglio si iniziava, una lettera. Oramai ci si sente con i messaggi di vario genere via telefono cellulare o computer. A proposito, sai il computer portatile, quello piccolino, be’ resiste di brutto: a volte fa dei rumori strani quando lo accendo dopo esser rientrato dai meno venti gradi; sembra più analogico che digitale. Uno pseudo tecnico da bar mi ha spiegato che è proprio l’Hard disk che gela. Poi deve mollarsi. Sarà vero?

Comunque, qui le giornate sono corte e fredde. Durante il giorno, se c’è il sole, il posto è piacevole, caldo. Ti bruci il viso. Ma appena quello scottante disco scende sotto la linea delle montagne che ornano questo catino semi svizzero, ecco che la temperatura cala, e cala, e cala.

Questa notte non riuscivo a prender sonno a dispetto dei grappini che mi sono bevuto per mettere in pausa il mio Hard Disk. Allora mi sono alzato dal letto e mi sono avvicinato alla porta finestra del balcone: la luna era assordante. I campi innevati brillavano di un blu liquido che non avevo mai visto. Il termometro dell’edicola all’angolo della casa di fronte segnava -21. Eppure, la voglia di uscire e di camminare è erotta in me come se qualcuno o qualcosa mi chiamasse da non so dove.

Sembrava carasau

Ho camminato a lungo, immerso in quel silenzio delle ore in cui gli ultimi sono andati a dormire e i primi non si sono ancora alzati; le ore in cui neanche i bus della circolare che incornicia il paese girano. In quel silenzio fragoroso sentivo lo scricchiolio della neve sotto le scarpe e mi sembrava di calpestare del pane carasau. Lo so Francesco, sempre al cibo penso. Non è proprio così, anche se spesso può sembrare. Del resto, di cosa posso parlare quando siamo tutti insieme in famiglia, in allegria o cercanti tale. Ma questo è un altro discorso, Francesco. Ti stavo scrivendo – così stoppo subito la mia perversione per le parentesi aperte di cui non troveresti più la chiusura –, camminavo sul Carasau e una folla di pensieri si faceva avanti. Si pigiavano si spostavano, urtandosi come calca all’entrata di un grande magazzino degli States nel giorno di svendite – ormai di moda anche qua. Non le svendite ma la calca urlante. Ma stop! Chiudo parentesi.

Ridi Francesco, che fa bene.

In ogni modo, fra i tanti baruffanti pensieri, uno entrò prepotente perché più grosso e luminoso degli altri. Sarà stato il paesaggio, la luna e il Carasau o la grappa e il sonno arretrato. Oppure la bellezza dei brillanti che la luce della luna piena formava sulla neve. Non lo so, Francesco. Forse, come molti pensieri usano fare, semplicemente arrivano. Entrano senza chiedere ‘è permesso?’ spalancando rumorosamente la porta con quella prepotenza del loro status intangibile. Poi siedono sulla sedia davanti a te guardandoti dritto negli occhi. E cominciano a parlare. Qualunque sia il motivo, un lampo abbacinante mi ha trasportato ad alcuni anni fa, mentre parlavamo io e te con mamma e papà vicino.

Era il giorno di Pasqua. O il giorno dopo, non ricordo bene.

Eccomi al dunque Francesco

Allora son tornato sui miei passi e sono rientrato in casa, ho sfilato i guanti e tolto il berretto, li ho lanciati sul letto, ho preso dal cassetto un paio di fogli e la stilografica. Mi son tenuto scarpe e giubbotto, e ora son seduto alla mogia scrivania davanti alla finestra del retro-casa che dà sul lago ghiacciato. Il paesaggio sul lago è totalmente diverso: più scuro. La luce di questa notte non arriva molto bene dietro l’edificio. Proprio questo paesaggio più buio, senza riflessi, mi fa ora ripensare a perché quel pensiero era stato così violento e si era reso nitido in mezzo al clamore indistinto degli altri. È stata la domanda che mi sono posto mentre camminavo: come mai la luce forma quei luccichii, o meglio, perché io li vedo tali?

Eccomi al dunque Francesco. Però consentimi prima di scrivere ancora una cosa che reputo importante.

– Perdonami queste continue digressioni ma non intendo prendere più in mano questa lettera dopo averla finita. Non voglio aggiungere o togliere. Domattina mi fionderò all’Ufficio postale del paese e la spedirò. Per questo intendo cancellare il meno possibile. In modo sia più leggibile possibile il tutto. Sai, ci si conosce col tempo e io mi conosco: se passata la notte rileggo di nuovo queste righe per metterle in bella o soltanto per rileggerle, va a finire che non te la invio mai più questa lettera. Se la calligrafia col passare delle righe diventerà meno comprensibile, spero non sarà troppo difficile per te decifrarla. Al limite vai da un farmacista. L’hai capita? –

Dunque, quello che volevo aggiungere, prima di arrivare al punto è questo.

No, Francesco, gli anni volano sempre tuttavia…

L’età che va dai tredici anni ai diciotto è un mostro di velocità. No, Francesco, gli anni volano sempre. A chi più a chi meno. La velocità a cui mi riferisco è quella interiore, cerebrale, di maturazione da parte di un ragazzino. Insomma, un adolescente di tredici anni a diciotto potrebbe esser diventato un uomo. Se non dal punto di vista appunto cerebrale – non finisce di svilupparsi a diciotto anni il cervello – da un punto di vista esperienziale. In cinque anni diveniamo tutt’un’altra persona come forse mai più nella vita. Certo anche dopo, durante la vita cambiamo o almeno mi auguro che si voglia farlo, ma quella finestra che va dai tredici (che avevi tu in quei giorni di Pasqua) e i diciotto che hai oggi be’, è un viaggio su di un F16.

Detto questo, il lampo accecante sopraggiunto mentre camminavo è fatto della stessa sostanza della domanda che tu mi facesti quel pomeriggio di anni fa: ma cos’è la cultura, zio?

Lo ricorderai? Non credo. A meno che non ti abbia segnato come emozione, come ha segnato me la fine della chiacchierata, con tuo padre che ridendo diceva: “non lo sa neanche lui, per questo ti risponde con domande” e giù a ridere. E a ridere anch’io. Era giusto così. Della presa in giro non mi importava, anche se segnano, le emozioni. Io, quel che intendevo fare con le domande lo sapevo. Del resto, non m’importava. Però mi è rimasto dentro quel momento. Le emozioni forti siano esse positive o negative, sia di gioia che di vergogna, rimangono impresse in un nocciolo del nostro cervello e non ti lasciano più. Ed è positivo, Francesco: con le emozioni si capisce meglio anche un’equazione.

Facevo domande perché mi è stato insegnato, negli anni di praticantato e corsi alla M., essere la maniera migliore per tirare fuori le cose da qualcuno e – con domande aperte non chiuse – farlo ragionare. Tirare fuori. Educere, appunto: da cui deriva educare. E educare era e resta compito dei tuoi genitori, non mio. Oggi sei verso la fine del liceo e posso rapportarmi con te in maniera diversa: da uomo a uomo. Posso dirti cosa penso di un determinato argomento. Posso enunciare una tesi e tu analizzarla, magari creando un’antitesi, per poi trovare una sintesi alla stessa. So che ora sai di cosa io stia parlando: tesi – antitesi – sintesi. All’infinito. Il gran bel gioco del voler conoscere sempre più a fondo le cose.

Ecco, la cultura per me è questo. O meglio è anche questo. È curiosità totale, un desiderio ardente di conoscere le cose. Tutte quelle che abbiamo davanti. Anche le idee preconfezionate. È strano sai, quando ero piccolo, alle elementari e anche fuori dalla scuola, mi dicevano “impara a pensare con la tua testa!”. Poi son cresciuto. Oggi non sento molto questo mantra, anzi…

La cultura è essere come quando si era bambini. Voler conoscere gli oggetti, sezionarli, smontarli. Anche romperli. Hai mai notato che quando siamo bimbi gettiamo molto più volentieri a terra le cose? Io almeno, a dieci mesi (ho cominciato a camminare a nove) ho tirato giù la tivù dal carrello. Per la gioia, e credo la paura, di tua nonna. Mi piace pensare che volevo sapere cosa c’era oltre a quella scatola. Volevo analizzarla e vedere cosa nascondeva. Com’era fatta. La cultura è anche ingegneria inversa. E sai una cosa? Puoi permetterti di non riuscire più a rimontare il tutto. Perché nel frattempo hai già rimontato i pezzi con alcune tue correzioni; che sono solo tue.

Ho scritto “anche” ingegneria inversa perché la cultura non è solo curiosità totale, da far male, non è solo voler sezionare le cose ma anche restare bambini. Non lasciar crescere la parte fondamentale di quando siamo bambini. Quando ancora potevi permetterti di sentirti dire: ragiona con la tua testa.

Ora la farò breve, non ti preoccupare. Devo prendere fuori il quinto foglio e mi sto accorgendo che l’ho tirata per le lunghe. Del resto, l’ho scritto all’inizio mi sembra, volevo la lentezza di tempi mai vissuti.

I pesci vanno a dormire?

Eravamo sugli scogli a C., stavamo pescando. Dovevi avere cinque o sei anni. O forse meno. Non so bene quando comincia la fase dei perché nei bimbi. Ma ricordo in modo nitido il tuo guardare un aereo che stava girando in tondo sopra il mare in attesa di atterrare nell’aeroporto vicino. Era di una lentezza esasperante, sembrava fermo. Allora cominciasti: perché è quasi fermo? Perché non cade se è così fermo? Io a risponderti che… eccetera, e tu a cominciare con la matrioska dei perché. Poi i pesci vanno a dormire? Chiudono anche loro gli occhi? E io a risponderti…eccetera. Tu di nuovo con la giostra dei perché. Poi diventò un gioco, ridevamo. E tu poi lo facevi apposta. Per giocare. Ma prima no. All’inizio tu scendevi senza rendertene conto sempre più in profondità. Attraverso quei perché – a proposito è una domanda chiusa, il perché – scavavi. Tiravi fuori. Sezionavi. Aprivi.

Ecco, Francesco. Quello che avrei voluto dirti allora, in quelle giornate pasquali di te tredicenne, è questo.

La cultura per me è chiedersi sempre perché. Immergersi nelle cose e nelle idee, e sì! anche e soprattutto dentro le nostre idee e opinioni. Qualunque cosa ti mettano davanti, scavare. Qualunque curiosità cercare di soddisfarla al massimo delle possibilità. Come mai il cervello ha una memoria breve e una a lungo termine? Come fanno gli uccelli a ritornare nello stesso posto dopo la migrazione, e magari nemmeno gli stessi? Come si orientano le api, come dipingeva Raffaello, e Michelangelo come scolpiva, e come scriveva Victor Hugo, con la penna, o altro, come mai per uscire dall’atmosfera terrestre ci vuole la potenza di un razzo, come sono nate le lingue umane, che tradizioni hanno in quel popolo, perché siamo così diversi ora che cominciamo sempre più a mescolarci, esistono le razze, qual è il senso della vita…

Mi fermo qua Francesco: non ci sono cartiere così grandi da produrre i fogli necessari a elencare tutto quello che potremmo voler conoscere. Del resto, non ci basterebbe una vita. L’importante è che tu – scusa il tono da predica – continui sempre a inseguire le tue domande. Perché le risposte ci sono tutte. Sono le domande che mancano.

Chiediti sempre perché, come mai. E scava. Sii un ricercatore della vita a vita. La bellezza che scoprirai nella fortuna di essere un appartenente agli homo sapiens, soppianterà il dolore che necessariamente provoca impegnarsi in tal senso.

Allora potrai diventare un essere umano, non solo un homo sapiens.

Con immenso affetto,

zio.

P.S.

scusa per tutti questi “perché”, non scriverne mai troppi in un testo.

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