Portàra

Chora, Isola di Naxos febbraio 2006

C’è il sole. Fuori c’è una veduta d’insieme delle cose, attraverso la somma di luce, colori e profumi, che denota un inverno atipico per me, figlio della sedicente Mitteleuropa, della Bora e del ghiaccio mattutino; per me fa caldo. Eppure sono seduto davanti a un caminetto, in casa di Soshana.

Sono qui da pochi giorni e, a parte l’eccitazione del viaggio e dell’arrivo, ho una sensazione stonata, la solita: il mio intimo desiderio, più che altro nascosto, di rimanerci, metter radici, diventerà un’altra storia che mi sarò narrato come feci in Senegal, a Birmingham o a Milano o in Veneto. Temo, e lo sento come un sottofondo e un fastidio o un rumore bianco, che una parte di me fra un po’ di mesi emergerà prepotente come un sommergibile in risalita rapida d’emergenza. Solo ora lascio che questo sentimento – se tale si può chiamare – faccia sentire la sua presenza al mio sonar dei pensieri. Ora che aspetto mi si venga a prendere per andare a vedere la casa in cui abiterò, dove conto di vivere e scrivere e studiare. Ma quel sommergibile, quel bip bip continua a giungere alle orecchie dei miei pensieri da sobrio. Per questo non riesco a fare un giorno pulito?

Sono dunque insoddisfatto? come disse mio fratello mesi fa, durante un pranzo in famiglia: “giri e giri parti e torni, non hai pace, sembri proprio appartenere a questa generazione di insoddisfatti. Hai deciso cosa farai da grande?” Che poi ha cinque anni in più, lui. Ma non è questione di generazione. Lui ha la mentalità tecnica che tutta la famiglia ha tentato di instillare in me, “Studia questo poi ti metti in società con tuo fratello e vi sistemate” già… “La società si basa su chi produce” già…
Sono dunque un appartenente alla generazione di insoddisfatti?

Una generazione di insoddisfatti

Insomma, vivo il marchio generazione come un limite, una specie di impedimento a essere nel tempo come uno vuole, con tutti gli altri, nella massima disponibilità di scambio, nella responsabilità del proprio carattere. So che ci farei più bella figura dicendo: “Il mondo è uno schifo, io ne sono la coscienza pura, dolente, inquieta”. Ma sono sempre stato troppo curioso delle ragioni degli altri – sì, anche di mio fratello -, curiosità che è sentiero impervio verso una possibile empatia. E poi, il modo di essere degli altri mi sembra sempre compiuto, come una casa costruita fino al tetto, ancorché brutta, per resistere alla tentazione di entrarci e vedere com’è fatta, per restare bloccato sulla porta da un giudizio morale o estetico. Io ci entro. E già in tre giorni che son qui, in mezzo a un mare che parla di epiche gesta attraverso la Portàra, che vedo anche adesso svettante sul mare, ho passato ore e tirato tardi la sera con le persone più disparate che mi è capitato di incontrare. Sarà il Metaxa scoperto appena messo piede a terra, o l’Ouzo o sarò io sempre meno interessato di me stesso, colpevolmente, e più degli altri quasi che gli altri siano parti di me stesso che cerco di raccogliere. E sono troppe. Forse è questa la mia inquietudine, il mio cambiare spesso: idea, posti e modi di guadagnare quelle due monete per vivere decentemente. “Pensi che ti basti quello che ti può passare quel tuo scrivere e studiare, scrivere e studiare? ” Avrà ragione mio fratello, ma sono così.

Quanto all’insoddisfazione, essere insoddisfatti significa che uno si aspettava di restare soddisfatto. Da chi? Da che cosa? Ho l’impressione, in questo momento in cui nuvole blu scuro arrivano da sud oltre i vetri e attraverso la Portàra, che i guai delle generazioni precedenti (qui posso usare la parola generazione, perché allora aveva un significato) siano stati maggiori e più concreti dei miei. Questo non mi aiuta a essere soddisfatto comunque. Spero almeno che mi aiuti a non essere lamentoso, a considerare le cose nella loro proporzione, nella loro complessità. Nella loro olografia, di cui faccio parte.

Inizia a piovere

[qui la pagina del taccuino è stata strappata]

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